Dic 31, 2005 | Parola di Vita
“Emmanuele”, “Dio è con noi!”. Questa la grande straordinaria notizia con cui si apre il Vangelo di Matteo . In Gesù, l’Emmanuele, Dio è sceso in mezzo a noi.
Il Vangelo si chiude poi con una promessa ancora più grande e stupefacente: “Io sono con voi fino alla fine del mondo” .
La presenza di Dio fra noi non si è limitata ad un periodo storico, alla permanenza fisica di Gesù sulla terra. Egli rimane con noi per sempre.
Come rimane? Dove possiamo incontrarlo?
La risposta è proprio al centro del Vangelo di Matteo, là dove Gesù dà le linee di vita per la sua comunità, la Chiesa. Egli ha parlato più volte di essa: l’ha detta fondata sulla roccia di Pietro, la vede raccolta dalla sua parola e riunita attorno all’Eucaristia… Ma qui Egli ne svela l’identità più profonda: la Chiesa è Lui stesso presente tra quanti sono riuniti nel suo nome.
Possiamo averlo sempre presente tra noi, possiamo fare esperienza di Chiesa viva, vivere la realtà costitutiva della Chiesa.
«Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro»
Se è Lui, il Signore Risorto, che raduna e riunisce a sé e tra loro i credenti e fa di tutti il suo corpo, ogni divisione nelle nostre famiglie e nelle nostre comunità altera il volto della Chiesa. Cristo non è diviso. Un Cristo frammentato è irriconoscibile, sfigurato.
Questo vale anche per i rapporti tra le diverse Chiese e comunità ecclesiali. Il cammino ecumenico ci ha resi consapevoli che “è più ciò che ci unisce di ciò che ci divide”. E se pure rimangono alcuni aspetti della dottrina e della prassi cristiana nei quali non c'è ancora unità nella fede, già “il fulcro di quanto ci unisce è la presenza del Cristo Risorto” .
Radunarci nel nome di Gesù per pregare insieme, per conoscere e condividere le ricchezze della fede cristiana, per reciprocamente chiedersi perdono è la premessa a superare tante divisioni. Potranno sembrare piccole iniziative, ma “nulla è insignificante di quanto fatto per amore”. Gesù fra noi “sorgente della nostra unità”, ci indicherà “la strada per divenire strumenti dell'unità voluta da Dio” .
Così scrivono la Commissione Fede e Costituzione del Consiglio Ecumenico delle Chiese e il Pontificio Consiglio per la promozione dell'Unità dei cristiani nel proporre questa “parola di vita”, il cui materiale è stato preparato da un gruppo ecumenico di Dublino. E' infatti dal 1968 che durante la settimana di preghiera per l'unità dei cristiani tutti insieme viviamo una medesima “parola di vita”: un segno e una speranza per il cammino verso la piena e visibile comunione tra le Chiese.
«Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro»
Ma cosa vuol dire essere uniti nel nome di Gesù?
Significa essere uniti in Lui, nella sua volontà. E noi sappiamo che il suo più alto desiderio, il “suo” comandamento è che tra noi ci sia l'amore reciproco. Ecco allora che, dove sono due o più persone pronte ad amarsi così, capaci di posporre ogni cosa pur di meritare la Sua presenza, tutto intorno cambia. Gesù potrà entrare nelle nostre case, nei luoghi di lavoro e di studio, nei parlamenti e negli stadi e trasformarli.
La Sua presenza sarà luce per la soluzione dei problemi, sarà creatività per affrontare nuove situazioni personali e sociali, sarà coraggio per portare avanti le scelte più ardue, sarà fermento per l'esistenza umana nelle sue molteplici espressioni.
La Sua presenza spirituale, ma reale, sarà lì nelle famiglie, fra gli operai nelle fabbriche, nelle officine, nei cantieri, sarà con i contadini nei campi, lo si troverà tra i commercianti, fra gli addetti a servizi pubblici, in ogni ambiente.
Gesù che vive in mezzo a noi per l'amore reciproco continuamente rinnovato e dichiarato, si farà nuovamente presente in questo mondo e lo libererà dalle sue nuove schiavitù. E lo Spirito Santo aprirà vie nuove.
«Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro»
Per la nostra esperienza possiamo dire con gratitudine a Dio quanto è vero ciò che scrivevo molti anni fa, che se siamo uniti Gesù è fra noi. E questo vale. Vale più d’ogni altro tesoro che può possedere il nostro cuore: più della madre, del padre, dei fratelli, dei figli. Vale più della casa, del lavoro, della proprietà; più delle opere d’arte d’una grande città come Roma, più degli affari nostri, più della natura che ci circonda con i fiori e i prati, il mare e le stelle: più della nostra anima!
Che testimonianza viene data al mondo, ad esempio, dall'amore reciproco del Vangelo tra un cattolico ed un armeno, tra un metodista e un ortodosso!
E allora anche oggi viviamo la vita che Egli ci dà attimo per attimo nella carità.
È comandamento base l’amore fraterno. Per cui tutto vale ciò che è espressione di sincera fraterna carità. Nulla vale di ciò che facciamo se in esso non vi è il sentimento d’amore per i fratelli: ché Iddio è Padre e ha nel cuore sempre e solo i figli.
Viviamo per avere Gesù sempre con noi, per portarlo nel mondo ignaro della sua pace.
Chiara Lubich
Nov 30, 2005 | Parola di Vita
È un grido di speranza quello di Isaia che si ode tra il popolo d’Israele, da 50 anni in esilio a Babilonia, in Mesopotamia. Il Signore manda finalmente un suo messaggero ad annunciare la liberazione, il ritorno in patria. Come al tempo della schiavitù in Egitto, Dio si metterà alla testa del suo popolo e lo ricondurrà nella Terra promessa. Bisogna allora riparare le strade, riempire le buche, rendere agevoli i passaggi impervi, proprio come si faceva quando un re doveva recarsi in una delle sue province.
Cinque secoli più tardi Giovanni il Battista, sulle rive del fiume Giordano, riprende l’annuncio di gioia del profeta Isaia; questa volta sta per arrivare il Messia in persona.
«Preparate la via al Signore, appianate (…) la strada per il nostro Dio»
Ogni anno, in attesa del Natale, ascoltiamo questo invito. Dio che, da sempre, ha manifestato l’ardente desiderio di stare con i suoi figli, viene “ad abitare in mezzo a noi” . Anche oggi egli sta alla porta e bussa, perché vuole entrare, “cenare” con noi .
Noi stessi avvertiamo spesso il desiderio di incontrarlo, di averlo accanto nel cammino della vita, di essere inondati della sua luce. Perché egli possa entrare nella nostra vita, occorre togliere gli ostacoli. Non si tratta più di spianare le strade, ma di aprirgli il cuore.
Gesù stesso enumera alcune delle barriere che chiudono il nostro cuore: “furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia…” . A volte sono rancori verso parenti o conoscenti, pregiudizi razziali, indifferenza davanti alle necessità di chi ci sta vicino, mancanze di attenzioni e di amore in famiglia…
Davanti ai tanti ostacoli che impediscono l’incontro con Dio, ecco nuovamente l’invito:
«Preparate la via al Signore, appianate (…) la strada per il nostro Dio»
Come preparargli concretamente la strada?
Chiedendogli perdono ogni volta che ci accorgiamo di aver eretto una barriera che ostacola la comunione con lui.
È un atto sincero di umiltà e di verità con il quale ci mostriamo a Lui così come siamo, dicendogli la nostra fragilità, i nostri sbagli, i nostri peccati.
È un atto di fiducia con il quale riconosciamo il suo amore di Padre, “misericordioso e grande nell’amore” .
È l’espressione del desiderio di migliorarsi e ricominciare.
Può essere a sera, prima di addormentarsi, il momento più adatto per fermarci, guardare la giornata trascorsa e domandargli perdono.
Possiamo anche vivere con maggiore consapevolezza e intensità il momento iniziale della celebrazione della Eucaristia quando, insieme con la comunità, domandiamo perdono dei nostri peccati.
È poi di enorme aiuto la confessione personale, sacramento del perdono di Dio. È un incontro con il Signore al quale si possono donare tutti gli sbagli commessi. Si riparte salvati, con la certezza di essere stati fatti nuovi, con la gioia di riscoprirsi veri figli di Dio.
È Dio stesso, con il suo perdono, a togliere ogni ostacolo, ad “appianare la strada” e ad instaurare nuovamente il rapporto d’amore con ciascuno noi.
“Preparate la via al Signore, appianate (…) la strada per il nostro Dio”.
È quanto ha sperimentato Luisa. Una vita travagliata, la sua: con il gruppo di amici, con la droga, lo sbandamento morale. Tenta di risalire la china, fino a quando riesce a liberarsi dalla tossicodipendenza. Ma ormai è irreparabilmente segnata. Dopo un matrimonio civile affrettato ecco i primi sintomi dell’AIDS. Il marito l’abbandona.
Luisa si ritrova sola, con il peso dei suoi fallimenti; fino a quando si incontra con un gruppo di cristiani che vivono la Parola di Dio e ne condividono le esperienze. Scopre un mondo che fino ad allora le era ignoto. Ora che ha conosciuto un Dio che è Padre, che è Amore, non può più tenersi per sé i suoi peccati, crede al suo perdono. La sua vita cambia: il perdono la apre ad una gioia mai vissuta, pur nel dolore e nella malattia. Sul suo volto fiorisce una bellezza che non viene sfigurata dal progredire del male. I medici sono meravigliati dalla sua serenità.
Sperimenta una nuova nascita.
Il giorno della sua morte è rivestita di bianco, come lei aveva chiesto. La via era appianata per l'Incontro, per il Cielo.
Chiara Lubich
Ott 31, 2005 | Parola di Vita
Nella promessa della terra si intravede un’altra patria, quella che Gesù, nella prima e nell’ultima delle beatitudini, chiama “il Regno dei cieli”: la vita di comunione con Dio, la pienezza della vita che non avrà mai fine. Chi vive la mansuetudine è beato, fin da ora, perché già da ora sperimenta la possibilità di cambiare il mondo attorno a sé, soprattutto cambiando i rapporti. In una società dove spesso impera la violenza, l’arroganza, la sopraffazione, egli diventa “segno di contraddizione” e irradia giustizia, comprensione, tolleranza, dolcezza, stima dell’altro. I miti mentre lavorano per edificare una società più giusta e più vera – evangelica -, si preparano a ricevere in eredità il Regno dei cieli e a vivere “nei cieli nuovi e nella terra nuova”.
«Beati i miti perché erediteranno la terra»
Per sapere come vivere questa Parola di vita basterebbe guardare come è vissuto Gesù, Lui che ha detto: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore” . Alla sua scuola la mitezza appare come una qualità dell’amore. L’amore vero, quello che lo Spirito Santo infonde nei nostri cuori, è infatti “gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” . Sì, chi ama non si agita, non ha fretta, non offende, non ingiuria. Chi ama si domina, è dolce, è mite, è paziente. L’”arte di amare” traspare da tutto il Vangelo. L’hanno imparata anche tanti bambini. So che giocano con un dado speciale, che chiamano il “dado dell’amore”. Ogni sua faccia riporta una frase su come amare, seguendo l’insegnamento di Gesù: amare tutti, amarsi a vicenda, amare per primi, farsi uno con l’altro, amare Gesù nell’altro, amare il nemico. All’inizio della giornata lo tirano e cercano di mettere in pratica la parola che viene fuori. Raccontano le loro esperienze. Un giorno il papà di Francesco (un bambino di 3 anni che vive a Caracas) torna a casa alterato perché ha avuto un contrasto con un collega di lavoro; lo racconta alla moglie e anche lei se la prende con quell’uomo. Francesco va a prendere il suo dado e dice: “Tirate il dado dell’amore!” Lo fanno insieme. Sulla faccia del dado c’è scritto: “Ama il nemico”. I genitori capiscono… Se ci pensiamo bene, ci accorgeremo che ci sono persone che vivono nel quotidiano una meravigliosa mitezza. In grandi personaggi che hanno lasciato questa terra – quali Giovanni Paolo II, Teresa di Calcutta, Roger Schutz – abbiamo visto irradiare la mitezza in modo tale da incidere sulla società e sulla storia, spronandoci nel nostro cammino. Chiara Lubich
Set 30, 2005 | Parola di Vita
È la risposta ad una richiesta che viene rivolta a Gesù da un gruppo di farisei e da alcuni uomini di Erode: le tasse alle forze d’occupazione romana si devono pagare oppure no? È un tranello per trarlo in inganno. Se Gesù risponde di sì i farisei lo accuseranno di collaborazionismo con il nemico ed egli perderà la fiducia del popolo. Se risponde di no gli erodiani, legati all’autorità romana, diranno che è un sovversivo e lo accuseranno come un sobillatore. Gesù chiede allora di mostrargli la moneta d’argento con la quale si pagava il tributo e di dirgli di chi è l’immagine e l’iscrizione che vi è impressa. Gli rispondono che è quella dell’imperatore. Se è dell’imperatore, riprende Gesù, rendete all’imperatore quello che è suo. Riconosce così il valore dello Stato e delle sue istituzioni. Ma la sua risposta va ben oltre, indicando ciò che è veramente importante: rendere a Dio quello che è già suo. Come sulla moneta romana c’è l’immagine dell’imperatore, così nel cuore di ogni essere umano è stata impressa l’immagine di Dio: ci ha creati a sua immagine e somiglianza! Noi quindi gli apparteniamo e a lui dobbiamo tornare. A lui soltanto va dato il tributo totale ed esclusivo della nostra persona. La cosa più importante non sta nel versare l’imposta all’imperatore romano, ma nel dare a Dio la propria vita e il proprio cuore.
«Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio»
Come vivere dunque questa Parola di vita? Rinnovando la stima, il senso di responsabilità e l’impegno per la “cosa pubblica”, nel rispetto delle leggi, nella tutela della vita, nella conservazione dei beni della collettività: edifici pubblici, strade, mezzi di trasporto… Offrendo il contributo attivo, critico e deciso di idee, proposte, suggerimenti per il sempre migliore andamento del quartiere, della città, della nazione, senza attendere passivamente; prestando la nostra opera di volontariato nelle strutture sanitarie, civili; perfezionando il nostro lavoro. Svolgendo il nostro compito con competenza e amore, possiamo realmente servire Gesù nei fratelli, nelle sorelle e contribuire a che lo Stato e la società rispondano al disegno di Dio sull’umanità e siano pienamente a servizio dell’uomo.
«Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio»
Andrea Ferrari, un ragioniere milanese, ha saputo fare dell’ufficio della Banca dove lavorava il luogo in cui attuare questa Parola di vita. “Ogni mattina – scrisse – quando mancano pochi minuti alle otto e trenta, marco il cartellino, entro nel palazzo degli uffici e incomincia la mia fatica quotidiana. Ma che strano lavoro il mio: andare, venire, salire scale, attendere davanti ad usci chiusi, ricevere e portare schede, e così da tanti anni… Se serberò la carità, nonostante i contrattempi, le lettere da rifare tre volte, avrò fatto tutta la mia parte, perché sento che è proprio Gesù che mi ha messo qui”. “Sono un ragioniere – diceva rivolgendosi a Gesù con semplicità – e Ti servo da ragioniere. Ecco la mia vita, Signore, voglio farla diventare tutta Amore!” Un giorno un’anziana signora, che allo sportello si era sempre vista trattare da lui non come un’anonima cliente ma come una “persona”, non sapendo come esprimergli la propria riconoscenza gli portò un sacchetto di uova! Andrea è morto a 31 anni a Torino, in seguito a un incidente stradale, in ospedale. “Dovrò proprio morire così da solo, senza vedere nessuno?” La suora rispose che bisognava accettare la volontà di Dio. A questa parola Andrea si ravvivò, sorrise: “Abbiamo imparato a riconoscerla sempre, come nostro ideale, anche nelle piccole cose, anche – e qui ammiccò con quell’arguzia che gli era solita – anche nel rosso di un semaforo”. Egli ha ubbidito a Dio e in quella obbedienza d’amore è andato verso di Lui. Chiara Lubich (altro…)
Set 1, 2005 | Parola di Vita
Era verso l’anno 50 del primo secolo quando Paolo, insieme al compagno Sila, giunse nella cittadina di Filippi. Era la prima città europea nella quale l’apostolo soggiornò per annunciarvi il Vangelo. La conversione di alcune persone suscitò scontento e disordini tra la popolazione pagana, al punto che i magistrati decisero di espellere di nascosto Paolo e Sila. Questi dovettero addurre il loro statuto di cittadini romani per farsi riabilitare.
Nonostante le difficoltà avute con le autorità civili e la cittadinanza, pochi anni dopo, scrivendo alla piccola comunità cristiana nata a Filippi, Paolo invita i credenti a vivere con lealtà e coerenza evangelica il loro impegno civile.
Poco più avanti, nella stessa lettera, Paolo ricorda che la cittadinanza dei cristiani è nei cieli . Questo tuttavia non li esime dall’assumersi le loro responsabilità anche nel campo sociale e politico. Anzi, proprio perché cittadini del regno di Cristo, i cristiani sono fortemente motivati per mettersi a servizio di tutti e per contribuire alla costruzione della città terrena nella giustizia e nell’amore:
Comportatevi da cittadini degni del Vangelo
Con questa Parola, Paolo chiede dunque ai filippesi di comportarsi da veri cristiani. Si pensa a volte che il Vangelo non risolva i problemi umani e che porti il regno di Dio inteso in senso unicamente religioso. Ma non è così.
E' Gesù nel cristiano, nell'uomo, in quel dato uomo – quando la sua grazia è in lui -, che costruisce un ponte, apre una strada… E, come altro Cristo, ogni uomo e ogni donna può portare un contributo suo tipico in tutti i campi dell’attività umana: nella scienza, nell’arte, nella politica…
Comportatevi da cittadini degni del Vangelo
Ma come essere noi altro Cristo, così da operare e incidere efficacemente nella società? Vivendo il suo stile di vita espresso nelle parole dei Vangeli. Se accogliamo infatti la sua Parola noi ci sintonizziamo sempre più sui suoi pensieri, sui suoi sentimenti, sui suoi insegnamenti. Essa illumina ogni nostra attività, raddrizza e corregge ogni espressione della nostra vita.
Sì, vivendo il Vangelo diventeremo altri Cristo, e come Lui spenderemo la vita per gli altri e, vivendo nell’amore, contribuiremo a costruire la fraternità. Tutte le parole del Vangelo si possono infatti sintetizzare nell'amore verso Dio e verso il prossimo e, se vissute, portano ad amare.
Noi parliamo spesso d’amore e potrebbe sembrare superfluo sottolinearlo anche questa volta. Ma non è così. Il nostro uomo vecchio è infatti sempre pronto a ritirarsi nel privato, a coltivare i piccoli interessi personali, a dimenticarsi delle persone che ci passano accanto, a rimanere indifferente davanti al bene pubblico, alle esigenze dell’umanità che ci circonda.
Riaccendiamo dunque nel nostro cuore la fiamma dell’amore e avremo occhi nuovi per guardarci attorno ed accorgerci degli interventi necessari per migliorare la nostra società. L’amore ci suggerirà anche le vie per agire con creatività e ci infonderà il coraggio e la forza per percorrerle.
Comportatevi da cittadini degni del Vangelo
Così ha fatto Ulisse Caglioni, un nostro amico che ha speso la sua vita in Algeria assieme a cristiani e musulmani, testimoniando con semplicità e concretezza l'amore evangelico verso tutti.
Non ha vissuto per sé. In lui avevano il primo posto i fratelli e le sorelle. Aveva un amore particolare per ognuno, verso cui non misurava il suo tempo, condividendo le gioie, le conquiste e le speranze, ma anche le fatiche, le sospensioni e le sofferenze dei primi decenni dopo l'indipendenza.
Quando infatti negli anni '90 iniziò in quel Paese un periodo di disordini e di terrore che non risparmiò nessuno in tutta la popolazione algerina, quasi interamente musulmana, e toccò anche la piccola comunità cristiana d'origine straniera, Ulisse decise, assieme ad altri cristiani, di non rientrare in Italia, il suo Paese natale.
In una intervista ad un giornale dichiarò: Sono rimasto in Algeria per tanti anni quando tutto andava bene. Ora la situazione è delicata e rischiosa, ma non me la sento di venir via; non sarebbe in linea con il Vangelo andarsene.
Quando il 1° settembre di due anni fa, a causa di una malattia, è partito per il Cielo, i musulmani che avevano vissuto accanto a lui hanno testimoniato: C’era un tale amore fra noi, che ogni evento era vissuto e condiviso. Lui è stato il ponte, il legame fra il cristianesimo e l’islam. In un Paese dove l’intolleranza era esaltata, abbiamo imparato ad ascoltare, senza pregiudizi, senza giudizio alcuno. Ulisse ci ha insegnato a fare tutto per amore, ad essere l’amore.
Chiara Lubich
Lug 31, 2005 | Parola di Vita
È notte. I discepoli tentano di attraversare il lago di Tiberiade; la barca è tormentata dalla burrasca e dal vento contrario. Un’altra volta si erano già trovati in una situazione simile; allora il Maestro era con loro sulla barca , ora invece Egli è rimasto a terra, è sul monte a pregare.
Ma Gesù non li lascia soli nella tempesta; scende dal monte, va loro incontro, camminando sulle acque, e li rincuora: “Abbiate coraggio, sono io! non temete” . Sarà vero o è soltanto un’illusione? Pietro, dubbioso, gli chiede una prova: poter camminare anche lui sulle acque. Gesù lo chiama a sé. Pietro esce dalla barca, e il vento minaccioso lo spaventa e comincia ad affondare. Gesù allora lo afferra per mano dicendogli:
“Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”
Anche oggi Gesù continua a rivolgerci queste parole ogni volta che ci sentiamo soli e impotenti nelle tempeste che spesso si abbattono sulla nostra vita. Sono malattie o gravi situazioni familiari, violenze, ingiustizie… che insinuano nel cuore il dubbio se non addirittura la ribellione: “Perché Dio non vede? Perché non mi ascolta? Perché non viene? Perché non interviene? Dov’è quel Dio Amore in cui ho creduto? È soltanto un 'fantasma', un'illusione?”
Come ai discepoli impauriti e increduli, Gesù continua a ripetere: “Abbiate coraggio, sono io! non temete”. E come allora scese dal monte per farsi vicino a loro in difficoltà, così ora Egli, il Risorto, continua a venire nella nostra vita e cammina accanto a noi, si fa compagno. Non ci lascia mai soli nella prova: Lui è lì per condividerla. Forse non lo crediamo abbastanza, per questo ci ripete:
“Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”
Queste parole, oltre che un rimprovero, sono un invito a ravvivare la fede. Gesù, quand’era sulla terra con noi, ha fatto molte promesse, ha detto, ad esempio: “Chiedete e otterrete…” ; “Cercate prima il regno di Dio e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta” ; a chi avrà lasciato tutto per Lui sarà dato il centuplo in questa vita e in eredità la vita eterna.
Tutto si ottiene, ma occorre credere all’amore di Dio. Per dare, Gesù domanda che almeno si riconosca che Lui ci ama.
Invece spesso ci si affanna come dovessimo affrontare la vita da soli, come fossimo orfani, senza un Padre. Al pari di Pietro, siamo più attenti alle onde agitate che sembrano sommergerci che non alla presenza di Gesù che poi ci prende per mano.
Se ci fermassimo ad analizzare ciò che ci fa male, i problemi, le difficoltà, sprofonderemmo nella paura, nell’angoscia, nello scoraggiamento. Ma non siamo soli! Crediamo che c’è Qualcuno che ha cura di noi. È a Lui che dobbiamo guardare! È vicino anche quando ci sembra di non avvertirne la presenza. Crediamolo, fidiamoci di Lui e affidiamoci a Lui.
Quando la fede viene passata al vaglio, lottiamo, preghiamo, come Pietro che gridò: “Signore, salvami!” o come i discepoli in un’analoga situazione: “Maestro, non t'importa che moriamo?” Egli non ci lascerà mai mancare il suo aiuto. Il suo amore è vero ed Egli si fa carico di ogni nostro peso.
“Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”
Anche Jean Luis era un giovane di “poca fede”. Benché cristiano, a differenza degli altri membri della famiglia, dubitava dell’esistenza di Dio. Viveva a Man, in Costa d’Avorio, con i fratelli più piccoli, lontano dai genitori.
Quando la città è presa dai ribelli, quattro ne entrano in casa, fanno razzia di tutto e vogliono arruolare a forza il giovane, visto il suo aspetto di atleta. I fratelli minori supplicano di lasciarlo, ma invano.
I ribelli stanno per uscire con Jean Luis, quando il capo cambia, decide di lasciarlo. Poi sussurra alla sorella più grande: “Andate via al più presto, domani torneremo…”, e indica il sentiero da prendere.
“Sarà quello giusto? Sarà una trappola?” si chiedono i ragazzi.
Partono all’alba senza un soldo in tasca, ma con un briciolo di fede. Camminano per 45 km. Trovano uno che paga loro il passaggio su un camion che li porti verso la casa dei genitori. Per strada persone sconosciute li alloggiano e danno loro da mangiare. Ai posti di blocco e di frontiera nessuno controlla i loro documenti, finché giungono a casa.
Racconta la mamma: “Non erano in buone condizioni, ma travolti dall’amore di Dio!”
Jean Luis per prima cosa chiede dov’è una chiesa e dice: “Papà, il tuo Dio è veramente forte!”
Chiara Lubich