Dic 31, 2004 | Parola di Vita
Era l'anno 50 quando Paolo arrivò a Corinto, la grande città della Grecia famosa per l'importante porto commerciale e vivace per le sue molteplici correnti di pensiero. Per 18 mesi l'apostolo vi annunciò il Vangelo e pose le basi di una fiorente comunità cristiana. Altri dopo di lui continuarono l'opera di evangelizzazione. Ma i nuovi cristiani rischiavano di attaccarsi alle persone che portavano il messaggio di Cristo, piuttosto che a Cristo stesso. Nascevano così le fazioni: “Io sono di Paolo”, dicevano alcuni; e altri, sempre riferendosi all'apostolo preferito: “Io sono di Apollo”, oppure: “Io sono di Pietro”.
Davanti alla divisione che turbava la comunità, Paolo afferma con forza che i costruttori della Chiesa, paragonata ad un edificio, ad un tempio, possono essere tanti, ma uno solo è il fondamento, la pietra viva: Cristo Gesù.
Soprattutto questo mese, durante la Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, le Chiese e le comunità ecclesiali ricordano insieme che Cristo è l'unico loro fondamento, e che soltanto aderendo a Lui e vivendo l'unico suo Vangelo possono trovare la piena e visibile unità tra di loro.
«Cristo, unico fondamento della Chiesa»
Fondare la nostra vita su Cristo significa essere una sola cosa con Lui, pensare come Lui pensa, volere ciò che Lui vuole, vivere come Lui ha vissuto.
Ma come fondarci, radicarci su di Lui? Come diventare una cosa sola con Lui?
Mettendo in pratica il Vangelo.
Gesù è il Verbo, ossia la Parola di Dio che si è incarnata. E se Egli è la Parola che ha assunto la natura umana, noi saremo veri cristiani se saremo uomini e donne che informano tutta la loro vita della Parola di Dio.
Se noi viviamo le sue parole, anzi, se le parole sue ci vivono, sì da fare di noi “Parole vive”, siamo uno con Lui, ci stringiamo a Lui; non vive più l'io o il noi, ma la Parola in tutti. Potremo pensare che vivendo così daremo un Contributo perché l'unità tra tutti i cristiani diventi una realtà.
Come il corpo respira per vivere, così l'anima per vivere vive la Parola di Dio.
Uno dei primi frutti è la nascita di Gesù in noi e tra noi. Questo provoca un mutamento di mentalità: inietta nei cuori di tutti, siano essi europei o asiatici o australiani o americani o africani, gli stessi sentimenti di Cristo di fronte alle circostanze, alle singole persone, alla società.
E' l'esperienza di uno dei miei primi compagni, Giulio Marchesi, ingegnere in una grande industria, poi direttore di un'altra importante azienda di Roma. Le tante esperienze vissute sul lavoro e in altri campi sociali, lo portarono alla sconfortante constatazione che dappertutto erano scopi egoistici a muovere le persone e che quindi non poteva esserci felicità a questo mondo.
Quando però incontrò un giorno delle persone che vivevano la Parola di vita, tutto in lui e attorno a lui sembrò cambiare. Mettendosi anch'egli a vivere il Vangelo cominciò ad avvertire in cuore un senso di pienezza e di gioia. Scriveva: “Sperimentavo l'universalità delle Parole di vita, scatenavano una vera rivoluzione in me, cambiavano tutti i rapporti con Dio e col prossimo, tutti mi parevano fratelli e sorelle, avevo l'impressione di averli sempre conosciuti. Ho anche sperimentato l'amore di Dio per me: bastava pregarlo. Insomma, la Parola vissuta mi ha fatto libero!”
E tale è rimasto anche quando, negli ultimi anni della vita, fu costretto su una carrozzella.
Sì, la Parola vissuta rende liberi dai condizionamenti umani, infonde gioia, pace, semplicità, pienezza di vita, luce; facendoci aderire a Cristo, ci trasforma a poco a poco in altri Lui.
«Cristo, unico fondamento della Chiesa»
Ma c'è una Parola che riassume tutte le altre, è amare: amare Dio e il prossimo. Gesù sintetizza in questa “tutta la Legge e i Profeti” .
Il fatto è che ogni Parola, pur essendo espressa in termini umani e diversi, è Parola di Dio; ma siccome Dio è Amore, ogni Parola è carità.
Come vivere allora questo mese? Come stringerci a Cristo “unico fondamento della Chiesa”? Amando come Lui ci ha insegnato.
“Ama e fa' quello che vuoi” , ha detto sant'Agostino, quasi sintetizzando la norma di vita evangelica, perché amando non sbaglierai, ma adempirai in pieno la volontà di Dio.
Chiara Lubich
Nov 30, 2004 | Parola di Vita
Natale s’avvicina, il Signore sta per venire, e la liturgia ci invita a preparargli la strada.
Egli, entrato nella storia duemila anni fa, vuole entrare nella nostra vita, ma la strada in noi è irta di ostacoli. Occorre spianare le montagnole, rimuovere i massi. Quali sono gli ostacoli che possono ostruire la strada a Gesù?
Sono tutti i desideri non conformi alla volontà di Dio che sorgono nella nostra anima, sono gli attaccamenti che l’attanagliano; desideri minimi di parlare o di tacere, quando si deve fare diversamente; desideri di affermazione, di stima, di affetto; desideri di cose, di salute, di vita… quando Dio non lo vuole; desideri più cattivi, di ribellione, di giudizio, di vendetta…
Essi sorgono nella nostra anima e l’invadono tutta. Occorre spegnere con decisione questi desideri, togliere questi ostacoli, rimetterci nella volontà di Dio e così preparare la via del Signore.
«Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi»
Questa Parola, Paolo la indirizza ai cristiani della sua comunità, perché avendo sperimentato il perdono di Dio, essi sono capaci di perdonare a loro volta chi commette ingiustizia contro di loro. Egli sa che essi sono particolarmente abilitati ad andare oltre i limiti naturali nell’amare, fino a dare la vita anche per i nemici. Fatti nuovi da Gesù e dalla vita del Vangelo, essi trovano la forza per andare oltre le ragioni o i torti e tendere all’unità con tutti.
Ma l’amore batte in fondo ad ogni cuore umano e ognuno può attuare questa Parola.
La saggezza africana così si esprime: “Fa’ come la palma: le tirano sassi e lei lascia cadere datteri”.
Non basta quindi non rispondere ad un torto, a un’offesa…, ci è domandato di più: fare del bene a chi ci fa del male, come ricordano gli apostoli: “Non rendete male per male, né ingiuria per ingiuria, ma, al contrario, rispondete benedicendo”; “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene”.
“Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi”.
Come vivere questa Parola?
Nella vita di ogni giorno tutti possiamo avere parenti, compagni di studio o di lavoro, amici che ci hanno fatto un torto, un’ingiustizia, del male… Forse il pensiero della vendetta non ci sfiora, ma può rimanere in cuore un senso di rancore, di ostilità, di amarezza o anche soltanto di indifferenza, che impedisce un autentico rapporto di comunione.
Che fare allora?
Alziamoci al mattino con una “amnistia” completa nel cuore, con quell’amore che tutto copre, che sa accogliere l’altro così com’è, con i suoi limiti, le sue difficoltà, proprio come farebbe una madre con il proprio figlio che sbaglia: lo scusa sempre, lo perdona sempre, spera sempre in lui…
Avviciniamo ognuno vedendolo con occhi nuovi, come se non fosse mai incorso in quei difetti.
Ricominciamo ogni volta, sapendo che Dio non solo perdona, ma dimentica: è questa la misura che richiede anche a noi.
Così è stato per un nostro amico di un Paese in guerra, che ha visto massacrare i genitori, il fratello e tanti amici. Il dolore lo sprofonda nella ribellione, fino ad augurare ai carnefici un castigo tremendo, proporzionato alla colpa.
Gli tornano però di continuo alla mente le parole di Gesù sulla necessità del perdono, ma gli sembra impossibile viverle. “Come posso amare i nemici?” – si domanda. Gli occorrono mesi e tanta preghiera prima di cominciare a trovare un po’ di pace.
Ma quando, un anno dopo, sa che gli assassini non soltanto sono noti a tutti, ma circolano per il Paese a piede libero, il rancore gli attanaglia nuovamente il cuore e comincia a pensare a come si sarebbe comportato se avesse incontrato quei suoi “nemici”. Scongiura Dio di placarlo, di farlo ancora una volta capace di perdonare.
“Aiutato dall’esempio dei fratelli con cui cerco di vivere il Vangelo – racconta – comprendo che Dio mi chiede di non inseguire quelle chimere, ma piuttosto di essere attento ad amare le persone che ora mi stanno vicino, i colleghi, gli amici… Nell’amore concreto verso di loro, pian piano, trovo la forza di perdonare fino in fondo gli uccisori della mia famiglia. Oggi il mio cuore è nella pace”.
Chiara Lubich
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Nov 1, 2004 | Parola di Vita
Tenebre e luce: un’opposizione eloquente, nota a tutte le culture e a tutte le religioni. La luce simboleggia la vita, il bene, la perfezione, la felicità, l’immortalità. Le tenebre richiamano il freddo, il negativo, il male, la paura, la morte.
L’apostolo Paolo ricorda ai fedeli di Roma che il cristiano non ha più niente a che fare con un passato “tenebroso”, fatto di impurità, ingiustizia, malvagità, cupidigia, malizia, invidia, rivalità, frodi, malignità…
«Gettiamo via le opere delle tenebre…
Quali sono le “opere delle tenebre”? Al dire di Paolo sono: ubriachezze, impurità, contese, gelosie, ma anche dimenticanza di Dio, tradimento, furto, omicidio, superbia, ira, disprezzo dell’altro; e ancora: materialismo, consumismo, edonismo, vanità.
Opera delle tenebre è anche la facilità con cui spesso seguiamo qualsiasi programma televisivo o navighiamo su internet, con cui leggiamo certi giornali, o vediamo certi film, o sfoggiamo certi abbigliamenti.
Noi, al momento del battesimo, per bocca dei nostri padrini, abbiamo accettato di voler morire con Cristo al peccato quando, per tre volte, abbiamo decretato di voler rinunciare al demonio e alle sue seduzioni. Oggi non si ama parlare del demonio, si preferisce dimenticarlo e dire che non esiste, eppure c’è e continua a fomentare guerre, stragi, violenze d’ogni genere.
“Gettare via”: un’azione violenta, che costa, che richiede coerenza, decisione, coraggio, ma necessaria se vogliamo vivere nel mondo della luce. Continua, infatti, la Parola di vita:
… e indossiamo le armi della luce»
Non basta cioè rinunciare, “spogliarsi” del male, occorre “indossare le armi della luce”, ossia, come spiega Paolo più avanti, “rivestirsi del Signore Gesù Cristo”, lasciando che sia lui a vivere in noi. Anche l’apostolo Pietro invita ad “armarsi” degli stessi sentimenti di Gesù .
Immagini forti, sì, perché lasciar vivere Cristo, lo sappiamo, non è facile, vuol dire rispecchiare in noi i suoi stessi sentimenti, il suo modo di pensare, di agire; significa amare come lui ha amato e l’amore è esigente, chiede lotta continua contro l’egoismo che è dentro di noi.
Ma non c’è altra via per pervenire alla luce, come ricorda con chiarezza la prima lettera di Giovanni: “Chi ama suo fratello, dimora nella luce e non v’è in lui occasione di inciampo. Ma chi odia suo fratello è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi” (2, 10-11).
«Gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce»
Questa Parola di vita è un invito alla conversione, a passare continuamente dal mondo delle tenebre a quello della luce. Ripetiamo allora il nostro no a Satana e a tutte le sue lusinghe, e ridiciamo il nostro sì a Dio, così come l’abbiamo pronunciato il giorno del battesimo.
Non dovremo compiere grandi azioni. Basta che ognuna di quelle che già facciamo sia suggerita e animata dall’amore vero.
Concorreremo così a irradiare attorno a noi una cultura della luce, del positivo, delle beatitudini. Sarà costruire il Paradiso fin da questa terra, per possederlo eternamente in Cielo. Sì, perché il Paradiso è una realtà, ce l’ha promesso Gesù, ed è come una casa, che si costruisce di qua per poi abitarla di là. E sarà il suo dono: gioia piena, armonia, bellezza, danza, felicità senza fine, perché il Paradiso è l’amore.
Ce lo testimonia l’esperienza vissuta da Mary del Perù. Madre di tre figlie in tenera età, quando conosce la Parola di vita incontra Dio, trova la luce; viene coinvolta totalmente e la sua vita ha una svolta radicale.
Poco tempo dopo le viene diagnosticata una malattia grave. Ricoverata in ospedale scopre di avere poco più di un mese di vita. La confidenza nuova con Gesù, che ora sperimenta, le dà la forza di una preghiera, gli chiede cinque anni di tempo per consolidare la sua conversione e poter cambiare la vita anche attorno a lei.
Inspiegabilmente per i medici, la sua salute migliora e Mary viene dimessa dall’ospedale. Ritorna a casa, si prepara con il suo compagno alle nozze, che celebra in Chiesa, e chiede il battesimo per le figlie.
A distanza di cinque anni, il male si riacutizza all’improvviso, e nel breve volgere di due settimane si conclude la sua vita terrena.
Prima di morire, riesce a disporre ogni più piccola cosa nei riguardi delle figlie e a trasmettere speranza al suo sposo. “Adesso vado dal Padre che mi aspetta. Tutto è stato meraviglioso, Lui mi ha dato i cinque anni più belli della mia vita, da quando l’ho conosciuto nella Sua Parola che dà la Vita!”.
Chiara Lubich
Set 30, 2004 | Parola di Vita
Una preghiera accorata, quella dei discepoli. Anche loro hanno vacillato. Quante volte nel Vangelo Gesù li rimprovera per la poca fede!. Lo stesso Pietro, la “roccia” su cui Gesù avrebbe costruito la sua Chiesa, fu apostrofato come “uomo di poca fede”. Gesù dovette pregare per lui, che non venisse meno la sua fede.
La richiesta di aumentare la fede è in realtà un’invocazione di tutti i cristiani perché, nella vita di ognuno di noi, essa può avere oscillazioni. Anche santa Teresa di Lisieux, che pure lungo tutta la vita ha avuto un profondissimo rapporto filiale con Dio, gli ultimi diciotto mesi fu assalita dalla “prova contro la fede”: era come se un muro, racconta lei stessa, si alzasse fino ai cieli e coprisse le stelle.
«Aumenta la nostra fede!»
Il fatto è che, pur sapendo che Dio è Amore, spesso viviamo come fossimo soli su questa terra, come se non esistesse un Padre che ci ama e ci segue; che conosce tutto di noi: conta persino i capelli del nostro capo!; che tutto fa concorrere al nostro bene: ciò che di buono facciamo e le prove che passiamo.
Dovremmo poter ripetere come nostre le parole dell’evangelista Giovanni: “…e noi abbiamo creduto all’amore”.
Credere, infatti, è sentirsi guardati e amati da Dio, è sapere che ogni nostra preghiera, ogni parola, ogni mossa, ogni avvenimento triste o gioioso o indifferente, ogni malattia, tutto, tutto, tutto, dalle cose che noi diciamo importanti alle minime azioni o pensieri o sentimenti, tutto è guardato da Dio.
E se Dio è Amore, la fiducia completa in Lui non ne è che la logica conseguenza. Possiamo avere allora quella confidenza che porta a parlare spesso con Lui, a esporgli le nostre cose, i nostri propositi, i nostri progetti. Ognuno di noi può abbandonarsi al suo amore, sicuro di essere compreso, confortato, aiutato.
«Aumenta la nostra fede!»
A questa preghiera dei discepoli, Gesù risponde: “Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe”. “…come un granellino di senapa”: Gesù non domanda una fede più o meno grande, Egli la vuole autentica, fondata su di lui, dal quale attendere ogni cosa, senza fare calcolo unicamente sulle proprie capacità.
Se crediamo, e crediamo in un Dio che ci ama, ogni impossibilità può infrangersi. Possiamo credere che si “sradicheranno” l’indifferenza e l’egoismo che spesso ci circondano e che albergano anche nel nostro cuore; che si risolveranno situazioni di disunità in famiglia; che il nostro mondo si avvierà verso l’unità fra le generazioni, fra le categorie sociali, fra i cristiani divisi da secoli; che sboccerà la fraternità universale fra i fedeli di religioni diverse, tra le razze e tra i popoli… Possiamo credere anche che questa nostra umanità arriverà a vivere in pace. Sì, tutto è possibile, se permettiamo a Dio di agire; a Lui, l’Onnipotente, niente è impossibile.
«Aumenta la nostra fede!»
Come vivere questa Parola di vita e crescere nella fede?
Innanzitutto pregando, specie quando sopraggiungono la difficoltà e il dubbio: la fede è un dono di Dio. “Signore – possiamo chiedergli –, fammi rimanere nel tuo amore. Fa’ che mai un attimo io viva senza che senta, che avverta, che sappia per fede, o anche per esperienza, che Tu mi ami, che Tu ci ami”.
E poi, amando. A furia di amare, la nostra fede diventerà adamantina, saldissima. Non soltanto crederemo all’amore di Dio, ma lo sentiremo in maniera tangibile nel nostro animo, e vedremo compiersi “miracoli” attorno a noi.
L’ha sperimentato una ragazza della Gran Bretagna: “Quando mia madre mi comunicò che aveva deciso di lasciare papà e di trasferirsi in un altro appartamento, rimasi molto scossa dalla notizia e quasi disperata, ma non le dissi nulla. Altre volte avrei cercato una via di fuga o mi sarei chiusa in camera ad ascoltare musica, ora invece che ero decisa a vivere il Vangelo, mi sentivo attratta a rimanere lì, in mezzo a quella sofferenza e dichiarare il mio ’sì’ alla croce. Per me quella era l’occasione per credere al Suo amore al di là di ogni apparenza.
In seguito cercai di ascoltare con amore la mamma quando dava sfogo a tutto quello che aveva da dire su mio padre, accantonando la mia opinione. Cercai una via anche per restare vicino a papà.
Qualche mese più tardi i miei genitori erano già all’opera per rimettere in piedi il loro rapporto e fui toccata da una frase della mamma: ’Ricordi quando ti dissi che mi sarei separata? La tua reazione mi fece pensare che stavo prendendo una decisione sbagliata’.
Non le avevo detto nulla, soltanto un ’sì’ a Gesù nel silenzio, sicura che Lui si sarebbe preso cura di tutto.”
Chiara Lubich
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Ago 31, 2004 | Parola di Vita
Impressiona una richiesta così esigente e radicale. Non è riservata a una categoria particolare di persone come i missionari, i religiosi, che devono essere liberi per andare ovunque ad annunciare il Vangelo. Non è neppure per momenti eccezionali, come potrebbe essere il tempo di persecuzione, quando viene chiesto al discepolo non soltanto di lasciare i beni, ma di donare la vita stessa per rimanere fedele a Dio. Queste parole Gesù le rivolge a tutti. Dunque tutti possiamo rispondere.
Si tratta di una delle condizioni per seguire Gesù, condizione su cui Luca insiste nel Vangelo: “Vendete ciò che avete e datelo in elemosina… Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore”; “Nessun servo può servire a due padroni… Non potete servire a Dio e a mammona”; “Quant’è difficile, per coloro che possiedono ricchezze entrare nel regno di Dio”.
«Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo»
Perché Gesù insiste tanto sul distacco dai beni, fino a farne una condizione indispensabile per poterlo seguire?
Perché la prima ricchezza della nostra esistenza, il tesoro vero è Lui! Ecco allora l’invito a mettere da parte tutti quegli idoli – gli “averi” – che possono prendere in noi il posto di Dio.
Egli ci vuole liberi, con l’anima sgombrata da ogni attaccamento e da ogni preoccupazione, così da poterlo amare veramente con tutto il cuore, la mente e le forze. I beni sono necessari per vivere, ma vanno usati col massimo distacco. Tutto dobbiamo essere pronti a spostare, qualora prendesse il primo posto nel nostro cuore. Non c’è spazio, in chi segue Gesù, per la cupidigia, per il compiacimento delle ricchezze, per la ricerca smodata delle comodità e delle sicurezze.
Lui ci chiede di rinunciare agli averi anche perché vuole che ci apriamo agli altri, che accogliamo e amiamo il prossimo come noi stessi: è a suo vantaggio la rinuncia ai propri beni. Non c’è posto, nel discepolo di Gesù, per l’avarizia e la chiusura verso il povero.
«Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo»
Come vivere allora questa “Parola di vita”?
Il modo più semplice di “rinunciare” è “dare”.
Dare a Dio amandolo, offrendogli la nostra vita perché ne usi come vuole, pronti a fare sempre la sua volontà.
E per dimostrargli quest’amore amiamo i nostri fratelli e sorelle, pronti a giocare tutto per loro. Anche se non ci può sembrare, abbiamo tante ricchezze da mettere in comune: abbiamo affetto nel cuore da dare, cordialità da esternare, gioia da comunicare; abbiamo tempo da mettere a disposizione, preghiere, ricchezze interiori da mettere in comune; abbiamo a volte cose, libri, vestiti, automezzi, soldi… Doniamo senza troppi ragionamenti: “Ma questa cosa mi può servire in tale o tal altra occasione…”. Tutto può essere utile, ma intanto, assecondando questi suggerimenti, si infiltrano nel nostro cuore tanti attaccamenti e si creano sempre nuove esigenze. No, cerchiamo di avere soltanto quello che occorre. Facciamo attenzione a non perdere Gesù per una somma accantonata, per qualche cosa di cui possiamo fare a meno.
«Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo»
Per un “tutto” che si perde c’è un “tutto” che si trova, inestimabilmente più prezioso. Chi ne guadagnerà, crediamolo, saremo proprio noi, perché al posto del poco o molto che abbiamo donato, avremo in cambio la pienezza della gioia e della comunione con Dio. Diventeremo discepoli veri.
Ché se un bicchiere d’acqua dato avrà la sua ricompensa, quale ricompensa avrà chi dona tutto quanto può per Dio nel fratello e nella sorella?
Lo conferma uno tra i tanti episodi che mi vengono comunicati continuamente da quanti vivono con noi la “Parola di vita”.
Un padre di famiglia di Caracas rimane senza lavoro. Dopo due settimane si ammala gravemente. In quegli stessi giorni subisce il furto della macchina. Per lui e per la sua famiglia è un momento molto difficile. Presto si rendono conto che dovranno lasciare l’appartamento perché non possono più pagare l’affitto.
Nel frattempo un loro amico povero avverte interiormente la spinta a rispondere in modo più totalitario all’amore di Dio e a vivere la Parola sull’esempio dei primi cristiani che mettevano in comune tutto.
La sera stessa, confidando questo suo desiderio alla moglie, decide insieme a lei di cedere parte della loro casa a quella famiglia. La loro povertà non poteva essere un motivo per lasciarli sulla strada. La casa però non è ancora ultimata…
Il giorno dopo arriva, inaspettato, un aiuto economico per portare a termine quello che mancava alla costruzione della casa.
Chiara Lubich
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Lug 31, 2004 | Parola di Vita
Più volte Gesù ha paragonato il Paradiso ad una festa di nozze, ad una riunione di famiglia attorno alla tavola. Nella nostra esperienza umana sono questi infatti i momenti più belli e sereni. Ma quanti entreranno in Paradiso, quanti prenderanno posto nella “sala del convito”?
È la domanda che un tale rivolge un giorno a Gesù: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. Gesù, come ha fatto altre volte, va al di là della discussione e mette ognuno davanti alla decisione che deve prendere. Lo invita ad entrare nella casa di Dio.
Ma ciò non è facile. La porta per entrare è stretta e resta aperta per poco tempo. Per seguire Gesù è necessario infatti rinnegarsi, rinunciare, almeno spiritualmente, a se stessi, alle cose, alle persone. Addirittura occorre portare la croce come Lui ha fatto. Una via difficile, è vero, ma che tutti, con la sua grazia, possiamo percorrere.
«Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno»
È più facile imboccare “la porta larga e la via spaziosa”, di cui parla altrove Gesù, ma essa può condurre alla “perdizione”. Nel nostro mondo secolarizzato, saturo di materialismo, di consumismo, di edonismo, di vanità, di violenza tutto sembra consentito. Si tende a soddisfare ogni esigenza, a cedere a ogni compromesso pur di raggiungere la felicità.
Ma noi sappiamo che la vera felicità si ottiene amando e che la rinuncia è la condizione necessaria all’amore. Occorre esser potati per dare buoni frutti. Occorre morire a se stessi per vivere. È la legge di Gesù, un suo paradosso. La mentalità corrente ci investe come un fiume in piena e noi dobbiamo camminare controcorrente: saper rinunciare, ad esempio, alla bramosia del possedere, all’antagonismo per partito preso, alla denigrazione dell’avversario; ma anche compiere con onestà il proprio lavoro, e con generosità, senza ledere gli interessi altrui; saper discernere ciò che si può vedere alla televisione o ciò che si può leggere, ecc.
«Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno»
Per chi si lascia andare ad una vita facile e non ha il coraggio di affrontare il cammino proposto da Gesù, si apre un futuro triste. C’è anche questo nel Vangelo. Gesù ci parla del dolore di quelli che saranno lasciati fuori. Non basterà vantare la propria appartenenza religiosa o accontentarsi di un cristianesimo di tradizione. Inutile dire: “Abbiamo mangiato in tua presenza…”. La salvezza non è un dato scontato per nessuno.
Sarà duro sentirsi dire: “Non vi conosco, non so di dove siete”. Sarà solitudine, disperazione, assoluta mancanza di rapporto, il rammarico bruciante di aver avuto la possibilità di amare e di non poter più amare. Un tormento di cui non si vede la fine perché non avrà mai fine: “pianto e stridore di denti”.
Gesù ci avverte perché vuole il nostro bene. Non è Lui che chiude la porta, semmai saremo noi a chiuderci al suo amore. Lui rispetta la nostra libertà.
«Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno»
Se la porta larga conduce alla perdizione, quella stretta si spalanca sulla vera felicità. Dopo ogni inverno spunta la primavera. Sì, dobbiamo vivere con prontezza la rinuncia che il Vangelo richiede, portare ogni giorno la propria croce. Se sapremo soffrire con amore, in unità con Gesù che ha assunto ogni nostro dolore, sperimenteremo un paradiso anticipato.
È stato così anche per Roberto quando è andato all’ultima udienza del processo contro chi, quattro anni prima, aveva causato la morte del papà. Dopo la sentenza di condanna, l’investitore, insieme alla moglie e al padre, appariva molto depresso. “Avrei voluto avvicinarmi a quell’uomo, vincendo l’orgoglio che mi diceva di no; fargli sentire che gli ero vicino”.
Ma la sorella gli dice: “Sono loro che devono scusarsi con noi…”. Roberto la convince e insieme vanno dalla famiglia “avversaria”: “Se questo può alleggerirvi l’animo, sappiate che non nutriamo nessun rancore nei vostri riguardi”. Si stringono la mano con forza. “Mi sento pervadere dalla felicità: ho saputo cogliere l’occasione per guardare al dolore dell’altro dimenticando il mio”.
Chiara Lubich
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