Giu 30, 2007 | Parola di Vita
“Voi (…) siete stati chiamati a libertà” (Gal 5, 13).
Negli anni 50 l’apostolo Paolo aveva visitato la regione della Galazia, al centro dell’Asia minore, l’attuale Turchia. Erano sorte comunità cristiane che avevano abbracciato la fede con grande entusiasmo. Paolo aveva rappresentato davanti ai loro occhi Gesù crocifisso, ed essi avevano ricevuto il battesimo che li aveva rivestiti di Cristo, comunicando loro la libertà dei figli di Dio. “Correvano bene” nella nuova via, come riconosce Paolo stesso.
Poi, improvvisamente, cercano altrove la loro libertà. Paolo si stupisce che così presto abbiano voltato le spalle a Cristo. Di qui il pressante invito a ritrovare la libertà che Cristo aveva dato loro:
“Voi (…) siete stati chiamati a libertà”.
A quale libertà siamo chiamati? Non possiamo già fare quanto vogliamo? “Non siamo mai stati schiavi di nessuno”, dicevano, ad esempio, i contemporanei di Gesù quando egli affermava che la verità da lui portata li avrebbe resi liberi. “Chiunque commette il peccato è schiavo del peccato”, aveva risposto Gesù .
C’è una schiavitù subdola, frutto del peccato, che attanaglia il cuore umano. Ne conosciamo bene le sue molteplici manifestazioni: il ripiegamento su noi stessi, l’attaccamento ai beni materiali, l’edonismo, l’orgoglio, l’ira…
Da soli non saremo mai capaci di svincolarci fino in fondo da questa schiavitù. La libertà è dono di Gesù: ci ha liberato facendosi nostro servo e dando la vita per noi. Di qui l’invito ad essere coerenti con la libertà donataci.
Essa “non è tanto la possibilità di scegliere fra il bene e il male, quanto di andare sempre più verso il bene”. Così Chiara Lubich parlando ai giovani. “Ho costatato – continua – che il bene libera, il male rende schiavi. Ora, per avere la libertà bisogna amare. Perché ciò che ci rende più schiavi è il nostro io. Quando invece si pensa sempre all’altro, o alla volontà di Dio nel fare i propri doveri, o al prossimo, non si pensa a se stessi e si è liberi da se stessi” .
“Voi (…) siete stati chiamati a libertà”.
Come vivere dunque questa Parola di vita? Ce lo indica Paolo stesso quando, subito dopo averci ricordato che siamo chiamati a libertà, spiega che questa consiste nel mettersi “a servizio gli uni degli altri”, “mediante la carità”, perché tutta la legge “trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso” .
Si è liberi – ecco il paradosso dell’amore – quando per amore ci si pone a servizio degli altri, quando, contrastando le spinte egoistiche, ci si dimentica di noi stessi e si è attenti alle necessità degli altri.
Siamo chiamati alla libertà dell’amore: siamo liberi di amare! Sì, “per avere la libertà bisogna amare”.
“Voi (…) siete stati chiamati a libertà”.
Il vescovo Francesco Saverio Nguyen Van Thuan, imprigionato per la sua fede, rimase in carcere 13 anni. Anche allora si sentiva libero perché gli restava sempre la possibilità di amare almeno i carcerieri.
“Quando sono stato messo in isolamento – racconta – fui affidato a cinque guardie: a turno, due di loro erano sempre con me. I capi avevano detto loro: 'Vi sostituiremo ogni due settimane con un altro gruppo, perché non siate 'contaminati' da questo pericoloso vescovo'. In seguito hanno deciso: 'Non vi cambieremo più; altrimenti questo vescovo contaminerà tutti i poliziotti'.
All’inizio le guardie non parlavano con me. Rispondevano solo sì e no. Era veramente triste (…). Evitavano di parlare con me.
Una notte mi è venuto un pensiero: 'Francesco, tu sei ancora molto ricco, hai l’amore di Cristo nel tuo cuore; amali come Gesù ti ha amato'.
L’indomani ho cominciato a voler loro ancora più bene, ad amare Gesù in loro, sorridendo, scambiando con loro parole gentili. Ho cominciato a raccontare storie dei miei viaggi all’estero (…). Hanno voluto imparare le lingue straniere: il francese, l’inglese… Le mie guardie sono diventate miei scolari!”
A cura di Fabio Ciardi e Gabriella Fallacara
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Mag 31, 2007 | Parola di Vita
Il Vangelo affascina con le sue parole di verità. In esso parla Colui che ha detto: “Io sono la Verità” . Egli spalanca davanti a noi il mistero infinito di Dio e ci fa conoscere il suo progetto d’amore sull’umanità: dona la Verità.
Ma la Verità ha la profondità infinita del mistero. Come comprenderla e viverla appieno? Gesù stesso sa che non siamo capaci di portarne il “peso”. Per questo, durante la sua ultima cena con i discepoli, prima di tornare al Padre, promette di mandare il suo stesso Spirito perché sia Lui a spiegarci le sue parole e a farcele vivere.
«Lo Spirito di verità (…) vi guiderà alla verità tutta intera»
La comunità dei credenti conosce la verità perché vive di Gesù. Nello stesso tempo è in cammino verso la “pienezza della verità”, sotto la guida sicura dello Spirito.
La storia della Chiesa può essere letta come la storia della comprensione graduale e sempre più profonda del mistero di Gesù e della sua Parola. Lo Spirito la conduce lungo questo cammino in molteplici modi: con la contemplazione e lo studio dei credenti, con i carismi dei santi, con il Magistero della Chiesa .
Lo Spirito parla anche nel cuore di ogni credente, lì dove egli abita, facendo sentire la sua “voce”. Suggerisce, di volta in volta, di perdonare, servire, donare, amare. Insegna cosa è bene e cosa è male. Ricorda e fa vivere le Parole di vita che il Vangelo semina in noi di mese in mese.
«Lo Spirito di verità (…) vi guiderà alla verità tutta intera»
Come vivere questa Parola di vita? Ascoltando quella “voce” che parla in noi, nella docilità allo Spirito Santo che guida, esorta, spinge.
“Il cristiano – spiega Chiara Lubich – deve camminare sotto l'impulso dello Spirito, affinché lo Spirito possa operare nel suo cuore con la sua potenza creatrice per portarlo alla santificazione, alla divinizzazione e alla risurrezione”.
Per comprendere meglio, quasi amplificata, quella “voce”, Chiara invita a vivere in unità tra noi, così da imparare ad ascoltare la voce dello Spirito non soltanto dentro di noi, “ma anche quella di Lui presente fra noi uniti nel Risorto”.
Lo Spirito, quando c'è Gesù fra noi, “perfeziona l'ascolto della sua voce in ciascuno di noi. La voce dello Spirito infatti per Gesù fra noi è come un altoparlante della sua voce in noi.
“Ci è sempre sembrato che il modo migliore di amare lo Spirito Santo, di onorarlo, di tenerlo presente nel nostro cuore fosse proprio quello di ascoltare la sua voce, che può illuminarci in tutti gli attimi della nostra vita (…). E, ascoltando «quella» voce, si è costatato, con grandissima sorpresa, come si cammina verso la perfezione: i difetti piano piano spariscono e le virtù vengono in rilievo” .
«Lo Spirito di verità (…) vi guiderà alla verità tutta intera»
Questa Parola di vita, letta nella festa della Santissima Trinità, ci invita a invocare lo Spirito Santo:
“O Spirito Santo, non ti chiediamo altra cosa che Dio per Dio. (…). Donaci di vivere la vita che ci resta (…) soltanto e sempre ed in ogni istante in funzione di Te solo, che solo vogliamo amare e servire.
Dio! Dio, spirito puro, cui la nostra umanità può far da calice vuoto per esserne riempita…
Dio, che deve trasparire dal nostro animo, dal nostro cuore, dal nostro volto, dalle nostre parole, dai nostri atti, dal nostro silenzio, dal nostro vivere, dal nostro morire, dal nostro apparire, dopo la nostra scomparsa sulla terra, dove possiamo, dobbiamo lasciare solo una scia luminosa della sua presenza, di Lui presente in noi, fra le materie e le macerie del mondo, che vive o che crolla, nella lode o nella vanità di tutte le cose, a sgabello o a sgombero di tutto per il posto del Tutto, del Solo, dell’Amore” .
a cura di Fabio Ciardi e Gabriella Fallacara
Apr 30, 2007 | Parola di Vita
Gesù è seduto a mensa con i suoi amici. È l’ultima cena prima di partire da questo mondo, il momento più solenne per consegnare l’ultima volontà, quasi un testamento: “Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri”. Sarà questa, lungo i secoli, la caratteristica dei discepoli di Gesù che consentirà di identificarli: da questo tutti li riconosceranno!
Fu così fin dall’inizio. La prima comunità dei credenti, a Gerusalemme, godeva la stima e la simpatia di tutto il popolo proprio per la sua unità, al punto che ogni giorno nuove persone si univano ad essa.
Anche pochi anni più tardi Tertulliano, uno dei primi scrittori cristiani, riportava quanto si andava dicendo dei cristiani: “Vedi come si amano tra loro, e come sono pronti a morire l’uno per l’altro”. Era l’avverarsi delle parole di Gesù:
«Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri»
L’amore reciproco è dunque “l’abito dei cristiani comuni che, vecchi e giovani, uomini e donne, sposati o meno, adulti e bambini, ammalati o sani possono indossare per gridare dovunque e sempre, con la propria vita, Colui nel quale credono, Colui che vogliono amare”.
Nell’unità che nasce dall’amore reciproco tra i discepoli di Gesù quasi si rispecchia e si rende visibile quel Dio che Egli ha rivelato come Amore: la Chiesa è icona della Trinità.
È questa, oggi più che mai, la via per annunciare il Vangelo. Una società spesso frastornata dalle troppe parole cerca testimoni prima che maestri, vuole modelli prima che parole. Essa è più facilmente resa partecipe se vede un Vangelo fatto vita, capace di creare rapporti nuovi, improntati dalla fraternità e dall’amore.
«Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri»
Come vivere questa Parola di vita? Tenendo vivo tra noi l’amore reciproco e formando ovunque “cellule vive”.
“Se in una città – ha scritto Chiara Lubich –, nei punti più disparati, s’accendesse il fuoco che Gesù ha portato sulla terra e questo fuoco resistesse per la buona volontà degli abitanti al gelo del mondo, avremmo fra non molto accesa la città d’amor di Dio. Il fuoco che Gesù ha portato sulla terra è Lui stesso, è carità: quell’amore che non solo lega l’anima a Dio, ma le anime fra loro. (…)
“Due o più anime fuse nel nome di Cristo, che non solo non hanno timore o vergogna di dichiararsi reciprocamente ed esplicitamente il loro desiderio d’amor di Dio, ma che fanno dell’unità fra loro in Cristo il loro Ideale, sono una potenza divina nel mondo.
“E in ogni città queste anime possono sorgere nelle famiglie: babbo e mamma, figlio e padre, nuora e suocera; possono trovarsi nelle parrocchie, nelle associazioni, nelle società umane, nelle scuole, negli uffici, dovunque.
“Non è necessario che siano già sante, perché Gesù l’avrebbe detto; basta che siano unite nel nome di Cristo e non vengano mai meno a questa unità. Naturalmente sono destinate a restare per poco tempo due o tre, perché la carità è diffusiva per se stessa ed aumenta con proporzioni immani.
“Ogni piccola cellula, accesa da Dio in qualsiasi punto della terra, dilagherà poi necessariamente e la Provvidenza distribuirà queste fiamme, queste anime-fiamma, dove crederà, affinché il mondo sia in più luoghi ristorato al calore dell’amor di Dio e risperi” .
A cura di Fabio Ciardi e Gabriella Fallacara
Mar 31, 2007 | Parola di Vita
Il giorno degli Azzimi, la festa di Pasqua, nella “sala al piano superiore”, Gesù condivide la sua ultima cena con i discepoli. Dopo aver spezzato il pane e fatto circolare il calice del vino, dona loro l'insegnamento conclusivo: nella sua comunità il più grande si farà il più piccolo e colui che governa come colui che serve.
Nel racconto di Giovanni, Gesù pone anche un gesto eloquente a indicare la novità dei rapporti che egli è venuto a instaurare tra quanti sono suoi seguaci: lava loro i piedi, contro ogni comune logica di superiorità e di comando (gli apostoli in quell'ultima cena si domandavano chi tra loro poteva essere considerato “il più grande”).
«Io sto in mezzo a voi come colui che serve»
“Amare significa servire. Gesù ce ne ha dato l'esempio” – dice Chiara Lubich in una sua conversazione .
Servire, una parola che sembra degradi la persona. Coloro che servono non sono solitamente considerati di livello inferiore? Eppure tutti desideriamo essere serviti. Lo esigiamo dalle istituzioni pubbliche (non si chiamano “ministri” le persone che detengono le massime cariche?), dai servizi sociali (non sono detti proprio “servizi”?). Siamo grati al commesso quando ci serve bene, all'impiegato quando sbriga in fretta la nostra pratica, al medico e all'infermiere quando si prendono cura di noi con competenza e attenzione…
Se questo ci aspettiamo dagli altri, forse anche gli altri si aspettano altrettanto da noi.
La parola di Gesù rende consapevoli noi cristiani che abbiamo un debito d'amore verso tutti. Con Lui e come Lui anche noi, davanti ad ogni persona con la quale viviamo o che incontriamo nel nostro lavoro, dovremmo poter ripetere:
«Io sto in mezzo a voi come colui che serve»
Chiara Lubich ricorda ancora che il cristianesimo è “servire, servire tutti, vedere in tutti dei padroni. Se noi siamo servi, gli altri sono padroni. Servire, servire, sotto, sotto, cercare di raggiungere il primato evangelico sì, ma mettendoci al servizio di tutti. (…) Il cristianesimo è una cosa seria; non è un po' di patina, un po' di compassione, un po' di amore, un po' di elemosina. Ah, no! Ed è facile far l'elemosina per sentirsi la coscienza a posto e poi comandare, opprimere.”
Ma come fare a servire? In quella conversazione Chiara indicava due semplici parole: “vivere l'altro”, ossia “cercare di penetrare nell'altro, nei suoi sentimenti, cercar di portare i suoi pesi”. “Con i bambini – esemplificava – come faccio? I bambini vogliono che io giochi con loro: giocare!”. Devo anche assecondare un'altra persona di casa che vuol vedere la televisione o fare una gita? Verrebbe da dire che è una perdita di tempo: “No, non è perso il tempo, è tutto amore, è tutto tempo guadagnato, perché bisogna farsi uno per amore”. “Debbo proprio portare la giacca all'altro che sta per uscire o debbo proprio portare il piatto in tavola?” Proprio così, perché “il servizio che Gesù domanda non è un servizio ideale, non è un sentimento di servizio. Gesù parlava di un servizio concreto, con i muscoli, con le gambe, con la testa; bisogna proprio servire.”
«Io sto in mezzo a voi come colui che serve»
Sappiamo allora come vivere questa Parola di vita: prestando attenzione all'altro e rispondendo con prontezza alle sue esigenze, amando con i fatti.
A volte si tratterà di migliorare il proprio lavoro, di svolgerlo con sempre maggiore competenza e perfezione, perché con esso si serve la comunità.
Altre volte di venire incontro a particolari domande d'aiuto che sorgono lontano o attorno a noi da anziani, disoccupati, portatori di handicap, persone sole; oppure che giungono da Paesi lontani in seguito a calamità naturali, a richieste di adozioni, a sostegno di progetti umanitari.
Chi ha incarichi di responsabilità metterà da parte atteggiamenti odiosi di comando, ricordando che siamo tutti fratelli e sorelle.
Se faremo tutto nell'amore scopriremo, come dice un antico detto cristiano, che “servire è regnare”.
A cura di Fabio Ciardi e Gabriella Fallacara
Feb 28, 2007 | Parola di Vita
Questa Parola di vita è tratta da un Salmo che canta l’intervento decisivo e potente di Dio che libera il suo popolo dall’esilio di Babilonia e che continua a intervenire, lungo la sua storia, ogniqualvolta lo vede abbattuto, scoraggiato, insidiato dal male.
È la storia di ciascuno di noi, condensata in un’immagine efficace: da una parte l’incertezza, la trepidazione del seminatore che affida alla terra il seme (sarà buona la stagione? spunterà il frumento?), dall’altra la gioia della raccolta della mèsse sospirata.
«Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo»
Quando pensiamo la nostra vita, ha scritto Chiara Lubich, spesso la immaginiamo tutta armoniosa, come “una serie di giornate che ci proponiamo una più perfetta dell’altra, col lavoro compiuto bene, con lo studio, col riposo, con le ore trascorse in famiglia, con gli incontri, i convegni, lo sport, con i tempi di ricreazione… svolti nell’ordine e nella pace (…). C’è sempre nel cuore umano la speranza che le cose vadano così e solo così.
In realtà, il nostro ‘Santo viaggio’ poi si dimostra diverso, perché Dio lo vuole diverso. E pensa lui stesso a introdurre nel nostro programma altri elementi da lui voluti o permessi, perché la nostra esistenza acquisti il vero senso e raggiunga il fine per cui è stata creata. Ed ecco i dolori fisici e spirituali, ecco le malattie, ecco mille e mille sofferenze che parlano più di morte che di vita.
Perché? Forse perché Dio vuole la morte? No, ché anzi, Dio ama la vita, ma una vita così piena, così feconda che noi – con tutta la nostra tensione al bene, al positivo, alla pace – non avremmo mai saputo immaginare” .
Ed ecco l’immagine del seminatore che getta un seme destinato a morire, quasi segno delle nostre fatiche e del nostro patire e l’immagine del mietitore che raccoglie il frutto della spiga germogliata da quella morte: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” .
“Dio vuole che durante la vita noi sperimentiamo una certa morte – o, a volte, molti tipi di morte – ma (…) per portare frutto, per fare opere degne di lui e non di noi semplici uomini. Questo è per lui il senso della nostra vita: una vita ricca, piena, sovrabbondante, una vita che sia un riflesso della sua” .
«Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo»
Come vivere questa Parola di vita? Ce lo suggerisce ancora Chiara, che ci guida nella attuazione della Parola di Dio: “Occorre valorizzare il dolore, piccolo o grande, prenderlo in rilievo (…). Dar valore in particolare alla fatica, al sacrificio che comporta l’amare il prossimo: è il nostro tipico dovere” . È un dolore che genera la vita!
E questo senza mai arrendersi, anche quando non vediamo il risultato, ben sapendo che a volte “uno semina e uno miete” . Quale sarà il futuro dei figli che cerchiamo di educare il meglio possibile? Chi vedrà gli effetti del mio impegno sociale e politico? Non stanchiamoci mai nel fare il bene , i frutti ci saranno comunque, forse molto più tardi, forse altrove, ma ci saranno.
Una speranza, una certezza, una mèta sicura ci sta davanti nel cammino della vita. Le difficoltà, le prove, le avversità, dalle quali a volte ci sentiamo oppressi, sono un passaggio obbligato che ci apre alla beatitudine e alla gioia.
“E allora avanti! Guardiamo al di là di ogni dolore. Non fermiamoci solo a quella sospensione, a quella prova… Guardiamo alla mèsse che verrà” .
«Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo»
Patricia, 22 anni, studentessa di diritto, da un po’ di tempo ricopre la carica di assistente di un direttore di dipartimento. “Fin dall’inizio – ci confida -, mi sono proposta di cercare sempre di migliorare il lavoro e di curare il rapporto con i miei colleghi, facendo in modo che ognuno si senta apprezzato”.
Ma spesso si tratta di andare controcorrente nel difendere i propri principi, fino alle ultime conseguenze, come lei stessa racconta: “Una persona importante nel mio ambiente di lavoro, che godeva di certi privilegi, aveva un comportamento chiaramente disonesto. Dovevo dirglielo”.
Per aver manifestato le sue convinzioni, Patricia perde però il lavoro. “Ho sofferto terribilmente, ma allo stesso tempo ero tranquilla, perché sapevo che avevo agito in modo giusto”. Non si dispera poiché è forte in lei la coscienza di avere un Padre a cui tutto è possibile e che l’ama oltre misura. Sembra impossibile nella situazione economica e lavorativa che vive il Paraguay, eppure quella stessa sera le arrivano due proposte di impiego. Il nuovo è addirittura migliore del precedente e più direttamente collegato con i suoi studi.
a cura di Fabio Ciardi e Gabriella Fallacara
Gen 31, 2007 | Parola di Vita
È il modo più intelligente di vivere: porre la propria vita nelle mani di Colui che ce l’ha donata. Qualunque cosa accada, di Lui possiamo fidarci ciecamente: è Amore e vuole il nostro bene.
Il profeta Geremia, proclamando questa “benedizione”, richiama un’immagine cara alla tradizione biblica: un albero piantato sulla sponda di un ruscello ricco di acqua. Non teme la stagione calda: le sue radici sono bene alimentate, le foglie rimangono sempre verdi ed è fecondo di frutti.
Al contrario, chi pone la propria speranza fuori di Dio – può essere nel potere, nella ricchezza, nelle amicizie influenti – viene paragonato ad un arbusto in terreno arido, salmastro, che stenta a crescere e non porta frutto.
«Benedetto l'uomo che confida nel Signore»
Ci si rivolge al Signore quando si è in situazioni estreme, disperate: una malattia inguaribile, un debito insolvibile, un imminente pericolo di vita… Non può non essere così. Sappiamo che ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio. Ma se a Lui tutto è possibile , perché non ricorrere a Lui in ogni momento della vita?
La Parola di vita ci invita ad una comunione costante con il Signore, ben al di là delle richieste che pure dobbiamo rivolgergli, perché sempre siamo bisognosi del suo aiuto. È “benedetto”, ossia ha trovato la gioia e la pienezza della vita, chi instaura con Lui un rapporto di fiducia e di confidenza che scaturisce dalla fede nel suo amore.
Egli, il Dio vicino, più intimo a noi di noi stessi, cammina con noi e conosce ogni palpito del nostro cuore. Con Lui possiamo condividere gioie, dolori, preoccupazioni, progetti… Non siamo soli, neppure nei momenti più bui e difficili. In Lui possiamo confidare pienamente. Non ci deluderà mai.
«Benedetto l'uomo che confida nel Signore»
Dice Chiara Lubich che un modo particolare per esprimere questa confidenza può essere “lavorare a due”.
A volte ci assalgono pensieri così assillanti, per circostanze o persone cui noi non possiamo direttamente dedicarci, che ci è difficile compiere bene quello che la volontà di Dio ci chiede in quel momento. Vorremmo essere vicini a quella persona cara che soffre, che vive nella prova, che è ammalata. Vorremmo poter risolvere quella situazione intricata, andare in aiuto a popolazioni in guerra, a profughi, ad affamati…
Ci sentiamo impotenti! Ecco il momento della confidenza in Dio che a volte può raggiungere l’eroismo. Chiara cita qualche esempio: “Io non posso far nulla in quel caso (…). Ebbene io farò ciò che Tu vuoi da me in questo attimo: studiare bene, spazzare bene, pregare bene, accudire bene i miei bambini… E Dio penserà a sbrogliare quella matassa, a confortare chi soffre, a risolvere quell'imprevisto”.
Il pensiero di Chiara conclude: “È un lavoro a due in perfetta comunione, che richiede a noi grande fede nell’amore di Dio per i suoi figli e mette Dio stesso, per il nostro agire, nella possibilità d’aver fiducia in noi.
Questa reciproca confidenza opera miracoli.
Si vedrà che, dove noi non siamo arrivati, è veramente arrivato un Altro, che ha fatto immensamente meglio di noi.
L’atto eroico di confidenza sarà premiato; la nostra vita, limitata ad un solo campo, acquisterà una nuova dimensione; ci sentiremo al contatto con l’Infinito (…). Balzerà più evidente, anche perché sperimentata, la realtà che siamo veramente figli di un Dio Padre che tutto può.”
«Benedetto l'uomo che confida nel Signore»
“Suona il telefono – racconta Rina, che gli anni hanno ormai costretto a vivere ritirata in casa -. È una signora anziana come me, a cui da tempo invio la Parola di vita. Il fratello è morente e lei non sa come fare. Siamo nel periodo delle vacanze ed è difficile trovare chi lo possa seguire, tanto più che negli ultimi anni si è ridotto a fare il barbone… Sento mio il dolore della mia amica e insieme mi sento impotente, come lei. Cosa posso fare, io che abito tanto lontano, immobilizzata su questa sedia? Vorrei almeno dirle parole di conforto, ma stentano a venire, neppure di questo sono capace. Non mi rimane che assicurarle il ricordo. Ma ancor più la preghiera.
A sera, quando le mie compagne tornano dal lavoro, insieme affidiamo a Dio questa situazione e mettiamo nel suo cuore i timori e le incertezze.
La notte mi sveglio e mi rivedo quel barbone solo, morente. Mi riaddormento e ancora mi sveglio. Ora ogni volta mi rivolgo al Padre: 'È un tuo figlio, non puoi abbandonarlo. Pensaci tu'.
Pochi giorni dopo una telefonata della mia amica mi dice che, dopo aver parlato con me quel giorno, ha sentito una grande pace. 'Sai che lo abbiamo potuto portare all’ospedale? Lo hanno aiutato, alleviando i dolori. E' stato purificato dalla sofferenza, era pronto. Si è spento serenamente, avendo ricevuto l'Eucaristia'.
Nel mio cuore un senso di gratitudine, e di maggiore confidenza nel Signore.”
a cura di P. Fabio Ciardi e Gabriella Fallacara
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